PRO LOCO DI LACONI


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La vita di S.Ignazio

Il Santo

SA VIDA DE SANTU FRENAZIU

A Laconi, uno dei paesi più pittoreschi sull'altipiano del Sarcidiano, in provincia di Nuoro (Sardegna), nacque Ignazio il 17-11-1701 secondo tra i nove figli di Mattia Peis Cadello, povero contadino. Il Signore diede all'umile fraticello analfabeta il dono dei miracoli. Pio XII lo beatificò il 16-6-1940 e lo canonizzò il 21-10-1951. Il corpo di S. Ignazio da Làconi è venerato a Cagliari nella chiesa dei Cappuccini.


Laconi è uno dei paesi più pittoreschi sull'altipiano del Sarcidiano, in provincia di Nuoro (Sardegna). Ivi nacque Ignazio il 17-11-1701 secondo tra i nove figli di Mattia Peis Cadello, povero contadino. A quei tempi le scuole comunali non esistevano. Il santo ricevette una buona educazione dai pii genitori e dal parroco. A sei anni conosceva già sufficientemente il catechismo se meritò di essere cresimato dall'arcivescovo di Oristano. Da quel giorno crebbe in Ignazio il discernimento per le azioni virtuose. Diceva infatti ai suoi coetanei che l'invitavano ai divertimenti: "I vostri giuochi non mi piacciono: è meglio che me ne vada in chiesa". Talora cedeva al bisogno dell'età e, tra un trastullo e l'altro, toccava con una piccola verga ora questo ora quel bambino, dicendogli: "Tu sei roba di cielo". Quel tocco era una profezia. Dopo pochi giorni il piccolo moriva. Da principio la mamma temette che il suo figliuolo fosse malato tant'era taciturno e amante della solitudine, ma quando si avvide che si alzava per tempo la mattina per essere il primo ad entrare in chiesa, che s'inginocchiava sui gradini del sagrato quando non trovava la chiesa aperta, che in essa radunava i suoi compagni per insegnare loro l'Ave Maria, si convinse che la grazia di Dio lavorava in modo straordinario in lui.


Fatto più grandicello, Ignazio aiutò il babbo nel lavoro dei campi e nella custodia del bestiame. Andando e tornando dalle campagne, egli offriva a Dio le sue fatiche e, per mortificarsi, mescolava l'aceto alla minestra, digiunava tutti i giorni, fatta eccezione della domenica, e si asteneva dal mangiare in campagna qualsiasi frutto. A diciottenni si ammalò. Sebbene rassegnato alla volontà di Dio, sentendo il bisogno di vivere, con il consenso dei genitori fece voto di farsi cappuccino se fosse guarito. La sua preghiera fu esaudita, ma non tenne fede alla promessa. A decidervelo fu un serio pericolo corso. Un giorno, mentre si recava al lavoro in un lontano podere, il cavallo improvvisamente s'imbizzarrì, ed egli non riuscì ad ammansirlo se non quando rinnovò il voto, non mandato prima ad effetto, ignoriamo per quale motivo.


A quei tempi i Cappuccini contavano ventiquattro conventi in Sardegna. Il 3-11-1721 Ignazio, accompagnato dal padre, si presentò a quello di Buoncammino a Cagliari, ma non poté entrarvi che in seguito alle raccomandazioni del marchese di Làconi, Don Gabriele Aymerich, tant'era gracile di complessione. Nel noviziato di San Benedetto, poco lontano dalla casa professa, fin dal giorno della sua vestizione religiosa, Fra Ignazio capì che per riuscire bisognava vincere se stessi. Cercò quindi di essere puntuale a tutti gli atti della comunità, assiduo ai sacramenti, ubbidiente in tutto, servizievole con i confratelli, ma inutilmente perché il suo comportamento fu giudicato effetto più di ipocrisia che di virtù. Fra Ignazio ne rimase affranto. Un giorno, mentre portava su perle scale una pesante brocca d'acqua, nel passare davanti ad una statua della Madonna col Bambino in braccio, non poté fare a meno d'inginocchiarlesi davanti gemendo: "Mamma mia, non ne posso più". Una voce prodigiosa partì da quel simulacro che lo sostenne per tutta la vita: "Fatti coraggio e pensa che, anche il mio figlio, ha portato la croce. Io ti aiuterò".


Al termine del noviziato, Fra Ignazio fu mandato nel convento di Iglesias dove, in qualità di giovane professo laico, gli fu affidato l'ufficio della dispensa. In esso fu diligentissimo, ma una mattina, mentre attingeva acqua al pozzo dell'orto, vi caddero dentro le chiavi che portava attaccate al cingolo. L'ora del pranzo era vicina. Che fare? Invece di perdersi d'animo il santo s'inginocchiò, recitò una Ave Maria, calò il secchio e lo ritirò pieno d'acqua insieme con le chiavi. Fu anche destinato dai superiori a qualche questua straordinaria nelle povere e desolate campagne del Sulcis, che divennero il campo del suo apostolato. Nei piccoli centri lontani dalle parrocchie egli istruiva i bambini, metteva pace nelle famiglie e dava a tutti consigli di vita cristiana. Ignoriamo fino a quando sia rimasto a Iglesias.


Per circa quindici anni condusse vita nascosta ed esemplare in vari conventi tra cui quello di Domusnovas, Sanluri, Oristano, Quartu, finché i superiori lo destinarono al lanificio di Cagliari in cui i cappuccini tessevano le stoffe necessario per il loro vestiario. Fra Ignazio fu messo al telaio, ma non diventò mai un esperto tessitore. Il capo del laboratorio un giorno gli disse che, se al suo posto avesse messo un animale, avrebbe acquistato più abilità. L'umile fraticello riconobbe, senza offendersi, che se al suo posto vi fosse stato un "asino", questi avrebbe imparato di più e meglio di lui. Era un altro l'apostolato che Iddio richiedeva da Fra Ignazio: quello del buon esempio nel faticoso esercizio della questua. Per quarant'anni Cagliari sarà teatro delle sue gesta. Nel capitolo del 1741 i superiori gli affidarono tale compito ed egli, ogni giorno, uscì con una bianca bisaccia sulle spalle, la forcinella nella mano destra e la corona del rosario nella sinistra. Fra Ignazio non cercò l'elemosina più del necessario; non la volle da chi l'offriva più per il buon cuore che per le reali possibilità; la chiese invece a chi, per avarizia, la rifiutava. Aveva soltanto orrore dei donativi di coloro che si dimostravano ingiusti. Nel quartiere di Stampace certo Gioacchino Franchino con le sue usure aveva ammassato molte ricchezze. Il santo lo sapeva, e per questo non bussava mai alla porta di lui. L'ingiusto padrone ne rimase tanto offeso che andò a lamentarsene col Guardiano. Per ubbidienza Fra Ignazio si recò a questuare anche in quella casa, ma appena fu in istrada dalla sua bisaccia cominciò a colare sangue.


Giunto in convento andò a deporla ai piedi del suo superiore il quale, inorridito, non poté fare a meno di esclamare: "Sangue dei poveri!". Il prodigio accrebbe attorno all'umile cercatore la venerazione del popolo. Perciò quando compariva per le strade, i libertini assumevano atteggiamenti più modesti; i bambini gli si affollavano attorno per baciargli la corona e ficcargli le mani nella bisaccia con la speranza di qualche regalacelo; le donne andavano a gara a invitarlo nelle loro case, specialmente dove c'erano partorienti o malati perché ad essi, per le sue preghiere, Dio concedeva la sanità. Il Signore diede all'umile fraticello analfabeta il dono dei miracoli. Per ridonare la salute agli infermi Fra Ignazio si serviva delle cose più insignificanti: acqua fresca, cipolla cruda, foglie di tabacco, lumache schiacciate, pane duro, uova sode, fichi secchi, frutta fresca, fiori appassiti, ecc. Da una cosa sola non dispensava mai nessuno; la fede. Per parte sua non si stancava di ripetere: "Io non faccio nulla; è solo Dio che fa tutto". Persino la morte al comando di lui restituì le sue vittime. In Via Martini c'era una bambina che voleva tanto bene al frate magrolino, piuttosto brutto, ma tanto amabile. Un giorno, passando di là, Fra Ignazio seppe che era morta. Entrò nella camera dove ella giaceva, la prese per una mano e le disse: "Figliuola, basta di dormire, alzati". La bambina sorrise felice al suo caro amico che da qualche giorno non vedeva. In seguito forse a questo prodigio, tre giovinastri decisero di mettere in ridicolo la taumaturgica virtù del laico cappuccino. Vistolo uscire dal convento, dissero: "Orsù, uno di noi faccia il morto, poi chiameremo il santone a risuscitarlo". Il più audace si distese per terra. Gli altri due, appena il santo fu loro vicino, si misero a piagnucolare: "Fratello, aiutaci! Questo nostro compagno è morto or ora". "Se è morto - rispose loro secco secco il fraticello - lasciatelo stare". Mortificati e delusi, appena si fu allontanato, i due bricconi invitarono il finto morto ad alzarsi in piedi. Vedendo che non si muoveva, lo scossero. Era morto davvero. Costernati, rincorsero il povero frate, confessarono il loro fallo e Fra Ignazio, mosso a compassione, disse loro: "Andate e ditegli che si alzi. Egli è vivo".


Nelle sue quotidiane peregrinazioni il santo si sforzava d'impedire il male. A una meretrice promise che avrebbe pensato al sostentamento di lei, se avesse abbandonato la mala vita. Mantenne la promessa a costo di incorrere nelle calunnie della gente perversa. Come liberarsene? Un giorno, mentre usciva dalla casa dell'infelice, s'imbatté in un corteo battesimale. Divinamente ispirato si avvicinò al bambino e lo interrogò: "Dimmi un po', perché Fra Ignazio entra in questa casa?". "Per dare il necessario a quella donna, affinchè non cada in peccato", rispose il lattante tra lo stupore della gente. Dopo i peccatori, i poveri avevano un posto speciale nel cuore di Fra Ignazio. Per soccorrerli più volte moltiplicò il pane in convento. Un anno ci fu una grande carestia. Per sovvenire alle necessità della comunità e dei bisognosi il Guardiano gli ingiunse di uscire per la questua, ma invece di andare a bussare alle solite porte, Fra Ignazio, giunto vicino a una fornace di calce, riempì di pietre la sua bisaccia ed esortò il suo compagno, Fra Giambattista da Escolca, a fare lo stesso. Costui, ritornato in convento, mentre andava ripensando a quella strana questua, sentì riscaldarsi le spalle. Quando in cucina depose la bisaccia costatò che le pietre si erano trasformate in caldi pani. Una mattina Fra Ignazio andò al porto. Si accostò al padrone di una nave giunta da Bosa carica di olio, per chiedergliene in elemosina. "Vuoi dell'olio - gli disse il padrone un po' seccato - e non hai la fiasca in cui metterlo". "Lo metta qui", gli disse presentando la bocca della bisaccia. Pregustando le grasse risate che avrebbe suscitato nei presenti quell'ingenuo cercatore, diede ordine che fosse accontentato.


Pareva che la sua bisaccia fosse foderata di una lamiera. Non ne trapelò neppure una goccia. Un giorno andò a chiedere, per carità, un po' di formaggio ad un pastore. Costui, non avendo intenzione di privarsene, disse che non ne aveva. Fra Ignazio non aggiunse parola e, detta, col suo timbro di voce alquanto nasale, la sua solita giaculatoria: "Sia lodato Gesù Cristo", si allontanò. Aveva appena fatto pochi passi quando, alcune forme di cacio, uscite dalla capanna, si videro ruzzolare dietro di lui. Lo spilorcio, attonito al prodigio, diede al santo quanto formaggio voleva. Un'altra volta, mancando il vino per la Messa, si recò a Quartu Sant'Elena, da benefattori, per averne. Gli fu risposto che il moscato era finito. Poiché umilmente insisteva, fu condotto davanti alla botte che suonava a vuoto. Fu aperto il rubinetto e ne uscì vino in abbondanza. Fra Ignazio riempì il recipiente che aveva portato, diede ordine che ne fosse riempito uno anche per la padrona, e poi la botte ritornò asciutta come prima. Quando era libero dalla questua, Fra Ignazio si rifugiava in chiesa. Di notte dormiva poche ore sopra alcune assi, con la testa appoggiata ad un ceppo o ad un fagotto di sarmenti. Più volte fu trovato in estasi e sollevato da terra davanti al SS. Sacramento. L'incredulo Fra Francesco da Iglesias una notte lo volle spiare da un angolo della chiesa. Quando vide il santo sollevarsi da terra pensò ad una sua allucinazione. Gli si avvicinò, gli toccò un piede e ne rimase allibito. Era diaccio. A mezzanotte, al suono di mattutino, lo vide scendere adagio adagio e andare a mettersi in silenzio al proprio posto in coro.


Là egli s'immergeva nella meditazione della vita e della Passione del Signore, di cui sovente si faceva leggere la narrazione evangelica dagli studenti, per meglio richiamarla alla memoria. Per riparare i peccati degli uomini talora si flagellava più volte al giorno fino al sangue; per vincere gli stimoli della carne non esitò a buttarsi in un cespuglio di spine; per continuare a tenere in soggezione il corpo, al cibo che prendeva una volta il giorno mescolava sostanze amare di sua fabbricazione. Nel salire e nel scendere le erte vie di Cagliari e le scale dei palazzi, Fra Ignazio contrasse un'ernia, ma a nessuno rivelò il male. Circa due anni prima di morire divenne cieco. Oltre che dalla questua, i superiori lo avrebbero dispensato volentieri anche dalla vita comune, ma egli non ne volle sapere. Il chierico Fra Giuseppe Agostino da Cagliari si offerse ad accompagnarlo dentro e fuori convento. Il santo gliene fu molto riconoscente. Un giorno, mentre si disponeva ad uscire per la visita ad un malato, il caritatevole accompagnatore gli disse che sentiva un certo appetito. Fra Ignazio aprì la credenza a muro che ancora si contempla nella sua colletta e ne tirò fuori un pezzo di pane fresco e pesce fumante. Fra Giuseppe, fuori di sé dallo stupore, cominciò a gridare, correndo per il corridoio: "Miracolo! Miracolo'.". I religiosi si precipitarono fuori delle celle e ognuno volle un pezzetto di quel pane e di quel pesce.


In convento nessuno partiva o tornava senza presentarsi a Fra Ignazio. Lo stesso Provinciale non intraprendeva nulla senza il parere di lui e i confratelli più giovani gli baciavano la mano o gli s'inginocchiavano ai piedi per chiedergli la benedizione. Quando i suoi acciacchi si aggravarono, fu trasferito nell'infermeria, dove si preparò alla morte con una orazione continua. Quando si accorse che un pittore era stato introdotto nella sua stanza perché ne riproducesse il volto, sospirò: "Oh, perché fare ciò? Che pazzia, mio Dio, che stoltezza!". Il venerdì 11-5-1781, a chi l'assisteva chiese ripetutamente che ora fosse. Ad ogni precisazione esclamava, sollevando la faccia verso il cielo; "Ah, Madre mia, quanto sei bella!". Quando seppe che stavano per scoccare le tre pomeridiane, innalzò le braccia al cielo e disse: "Ci siamo!". Le ricompose sul petto e placidamente spirò.

Pio XII lo beatificò il 16-6-1940 e lo canonizzò il 21-10-1951. Il corpo di S. Ignazio da Làconi è venerato a Cagliari nella chiesa dei Cappuccini.

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